E ogni volta la stessa liturgia: “chiudete le finestre, non uscite, attendete i rilievi…” Quanto a lungo possiamo permetterci di reagire invece di prevenire?
Lunedì, giovedì, venerdì. Tre giorni, tre province diverse, tre roghi industriali. Tre colonne di fumo nero che si alzano su Pisa, Ancona e Mantova come ciminiere di un’Italia che continua a bruciare – e continua a stupirsi.
Lugnano, il rogo è spento ma i fumi si vedono ancora: ecco perché
Tutto inizia l’8 giugno, quando lo stabilimento Delca Energy di Lugnano, nel comune di Vicopisano (Pisa), prende fuoco. La colonna di fumo nero è visibile a chilometri di distanza. Gli abitanti della zona descrivono un’aria irrespirabile, un odore acre che entra nelle case, una sensazione di abbandono.
Incendio Lugnano, conclusa la fase emergenziale. E sulle maleodoranze…
Alcune rassicurazioni arrivano da ARPAT, che diffonde i primi dati dei campionamenti. Le istituzioni si mettono in moto: ogni giorno una riunione in Prefettura, con Vigili del Fuoco, ASL Toscana Nord Ovest, ARPAT, Regione Toscana. Un tavolo permanente. Un presidio istituzionale ammirevole, per carità .
Eppure, giorni dopo, la colonna di fumo continua. Il fuoco è “dichiarato spento”, ma il fumo no. I campionamenti di aria e suolo vanno avanti e gli abitanti aspettano risposte definitive.
Giovedì 11 giugno, nell’area industriale di Camerano (Ancona), un magazzino plastiche va a fuoco. Lo scopre il custode durante il suo giro di controllo – nel capannone non c’era nessuno. Un dettaglio che dovrebbe far riflettere: se non ci fosse stato quel giro di controllo notturno, quanto avrebbe bruciato in più?
Il Comune apre il COC, invita la popolazione a chiudere le finestre, a uscire solo in caso di necessità . I tecnici di ARPAM arrivano per i rilievi ambientali. Le dinamiche dell’incendio sono ancora da accertare. L’impatto ambientale, da valutare.
Il copione è identico al precedente. Quasi fotocopia.
Venerdì 12 giugno – oggi – è il turno di Mantova. A bruciare è uno stabilimento Versalis, nella zona industriale. Un magazzino con materiale plastico. Il sindaco Andrea Murari emana un’ordinanza: finestre chiuse, non sostare all’aperto. Lo stesso fanno i sindaci dei comuni limitrofi.
ARPA Lombardia attiva il monitoraggio. Due campionatori ad alto volume vengono installati dai tecnici di Cremona e Mantova per rilevare eventuali sostanze nocive. Si lavora per valutare i rischi per la salute pubblica.
Tutto corretto. Tutto necessario. Tutto reattivo.
Non è in discussione la competenza dei Vigili del Fuoco, né la professionalità di ARPAT, ARPAM, ARPA Lombardia, delle ASL, delle Prefetture. Il problema non sono le persone che corrono ad affrontare l’emergenza. Il problema è che l’emergenza continua a presentarsi.
Tre incendi industriali in una settimana, tutti con materiale plastico, tutti con nubi potenzialmente pericolose, tutti con ordinanze “chiudete le finestre”. Tre comunità costrette a sigillare le proprie abitazioni in piena estate. Tre volte la stessa domanda senza risposta: com’è potuto succedere?
Le domande che nessuno sembra voler fare ad alta voce sono le più scomode: qual è lo stato dei sistemi antincendio in questi stabilimenti? Quante ispezioni preventive vengono effettuate ogni anno, e con quali risultati? Cosa si stocca nei capannoni, in quali condizioni, con quali autorizzazioni?
Tre incendi in sette giorni potrebbero essere una coincidenza. Potrebbero anche essere il sintomo di qualcosa di più profondo: un tessuto produttivo che invecchia, una cultura della prevenzione che fa acqua, controlli insufficienti, pressioni economiche che tagliano sui costi di sicurezza.
Non lo sappiamo ancora con certezza – e questa è già una risposta. Quel che sappiamo è che da lunedì a venerdì, tre comunità italiane si sono svegliate con il cielo nero sopra le loro teste. Che centinaia di famiglie hanno respirato aria potenzialmente contaminata. Che i campionamenti sono “in corso” – come sempre.
L’Italia brucia. E ogni settimana impariamo a chiudere le finestre un po’ meglio…





