L’analisi della registrazione dell’evento firmata dal dottor Bozzi e dal professor Grigoli del Dipartimento di Scienze della Terra.
La rete sismica dell’Università di Pisa in Garfagnana, gestita in collaborazione con la Sezione di Pisa dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV), ha registrato il segnale generato dalla grande frana avvenuta il 26 agosto 2026 in Nepal, a circa 6.800 chilometri di distanza.
L’evento mostra come il monitoraggio sismico possa essere impiegato non soltanto per studiare i terremoti, ma anche per rilevare e caratterizzare altri fenomeni naturali.
Il distacco di ghiaccio e roccia sull’Himalaya
Il 26 agosto 2026 un’enorme massa di ghiaccio e roccia si è staccata da un ghiacciaio al confine tra Nepal e Cina provocando, successivamente, la formazione di una colata di acqua, fango e detriti, che ha devastato diversi insediamenti situati a valle.
L’evento, inizialmente classificato dall’USGS come un terremoto di magnitudo 4,4, è stato successivamente ricondotto alla frana. L’ampiezza del segnale sismico generato dal collasso è risultata comparabile a quella associata a un terremoto di magnitudo 5,2.
L’energia rilasciata dall’evento è stata sufficientemente elevata da permettere alle onde sismiche di propagarsi su scala globale ed essere rilevate da sismometri posti a migliaia di chilometri di distanza.
Il segnale osservato dalla rete della Garfagnana
Le stazioni sismiche a banda larga installate dal gruppo di Sismologia dell’Università di Pisa (in collaborazione con l’INGV di Pisa) in Garfagnana e nelle Alpi Apuane hanno registrato chiaramente l’evento.
Come si può osservare in figura, filtrando le componenti verticali dei segnali nella banda di frequenza compresa tra 0,01 e 0,1 Hz, si osserva su tutte le stazioni lo stesso treno d’onde: un segnale di lunga durata, che raggiunge la massima ampiezza intorno alle 03:35 UTC, circa 43 minuti dopo il distacco, avvenuto alle 02:52:10 UTC.
Rispetto alla distanza dalla sorgente, le stazioni della rete Unipi possono essere considerate molto vicine tra loro e analizzate congiuntamente come un’unica antenna, o array sismico.
Confrontando i piccolissimi ritardi con cui la medesima oscillazione raggiunge i diversi sensori, è possibile ricostruire la direzione di provenienza del fronte d’onda, detta back-azimuth, e determinarne la velocità apparente.
L’analisi condotta dal dottor Emanuele Bozzi, del Dipartimento di Scienze della Terra dell’Università di Pisa, mostra che, nella finestra temporale in cui il segnale presenta la maggiore energia, le stime del back-azimuth si concentrano intorno a 77 gradi: precisamente la direzione dell’Himalaya osservata dall’Appennino settentrionale.
In altre parole, la rete della Garfagnana non solo ha “sentito” la frana avvenuta in Nepal, ma ha anche permesso di individuarne correttamente la direzione di provenienza.
Non solo terremoti
Questo caso è interessante per una ragione che va oltre la semplice curiosità scientifica. Le reti sismiche sono progettate principalmente per registrare i terremoti, ma i sismometri sono sensibili a qualsiasi fenomeno capace di far vibrare il terreno: frane, crolli, valanghe, colate detritiche, esplosioni e piene fluviali, ma anche il moto ondoso e le grandi tempeste.
Lo studio di questi segnali rientra nel campo della “sismologia ambientale”, una disciplina che negli ultimi anni è diventata uno strumento sempre più importante per il monitoraggio di rischi naturali diversi da quello strettamente sismico.
I segnali prodotti dalle frane presentano, inoltre, caratteristiche riconoscibili. A differenza di un terremoto, che generalmente ha un inizio impulsivo, il segnale di una frana tende ad avere un esordio più graduale, una durata maggiore e caratteristiche spettrali differenti. Questi elementi riflettono l’evoluzione nello spazio e nel tempio del fenomento franoso.
Verso un monitoraggio multi-rischio
La registrazione della frana himalayana da parte della rete della Garfagnana non ha, naturalmente, una funzione di early-warning o di monitoraggio per un evento avvenuto a migliaia di chilometri di distanza.
Essa dimostra, tuttavia, un principio operativo importante: le stesse reti utilizzate per sorvegliare la sismicità di un territorio possono essere impiegate, attraverso analisi specifiche, per riconoscere e caratterizzare fenomeni di natura completamente diversa.
Le infrastrutture di monitoraggio sismico possono quindi diventare una componente fondamentale di sistemi integrati e multi-rischio. In una regione come la Toscana settentrionale, dove alla pericolosità sismica si associa un’elevata predisposizione al dissesto idrogeologico, questa prospettiva è tutt’altro che teorica.
Le stazioni della rete UniPi sono state acquistate dal CISUP nell’ambito del progetto PNRR ETIC. Fonte: www.unipi.it
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