Il racconto in prima persona di Marco Cei: «In acqua non pensi, agisci. Li ho salvati con il sole che ho dentro».
Domenica 15 giugno, davanti alla spiaggia libera del Bam Tirrenia (ex Bagno degli Americani), una mattina apparentemente tranquilla si è trasformata in pochi istanti in un dramma sfiorato. Tre fratellini di 9, 5 e 4 anni, originari della provincia di Livorno, stavano giocando in mare quando hanno oltrepassato le boe di sicurezza, finendo in una buca profonda quasi due metri. È stato allora che la sorella maggiore ha iniziato a gridare aiuto, mentre andava più volte sott’acqua.

A salvarli è stato Marco Cei, 43 anni, bagnino in servizio al Bam: «Io ero sotto l’ombrellone, in postazione. Alle nove e mezzo ho sentito gridare “aiuto”, e sono corso. Mi è subito sembrata una situazione seria: i bambini erano finiti nella buca dove spesso giocano e poi tornano indietro. Ma stavolta avevano superato le boe. La più grande aveva promesso alla madre che avrebbe vigilato, ma si sono allontanati. Quando sono arrivato, la bambina stava andando sott’acqua, il più piccolo era aggrappato a lei. Io non toccavo più, mi sono spinto col piede, e con una mano tiravo su la bimba, con l’altra la spingevo fuori. Ho completato le manovre di soccorso da solo, mentre i bagnanti mi aiutavano a rientrare» racconta Marco a VTrend.it.

Non era la prima volta che Cei affrontava una situazione simile. «È successo anche il giorno prima con altri due ragazzi, uno di nove e uno di undici anni. Anche lì sono intervenuto. Questi momenti ti restano dentro: i bambini che ti chiedono aiuto, ti si aggrappano. È come se dentro scattasse un interruttore: non hai tempo di pensare, agisci. Dopo, i genitori e i bagnanti mi hanno ringraziato. È stato un momento molto intenso, ma quello che conta è che stanno bene» continua.
Marco Cei, originario della provincia di Pisa, racconta di avere con il mare un rapporto speciale: «Sono cresciuto al mare, i miei nonni avevano un gommone a Vada. Ho fatto immersioni per oltre quaranta mesi, il mare per me è tutto. Quando lo guardi, capisci quanto è importante. Mio nonno non c’è più, ma a lui dedico tutto questo. Ricordo quando stavamo insieme sul pontile a guardare il tramonto. C’è qualcosa dentro che mi ha spinto a essere qui, a salvare quei bambini».
Oggi lavora allo stabilimento, ma il suo ruolo va ben oltre. «Anche se sistemiamo lettini, io intervengo sempre se c’è bisogno. I bagnini sono pochi: l’anno scorso abbiamo fatto trentasei interventi. È una macchina pesante, ma vera: ogni giorno succede qualcosa. Spiagge isolate, ombrelloni, bambini da controllare».
Il suo messaggio ai genitori è diretto, senza giri di parole: «Appena i bambini toccano l’acqua con il piedino, i genitori devono essere lì. Sempre. Non lasciarli mai soli. O la mamma o il babbo, ma qualcuno deve esserci. Non è un’opinione, è una necessità».
Poi la voce si incrina, ma le parole restano forti: «Non ho figli, ma è come se li avessi. Quando salvo quei bambini, è come se li abbracciassi con il sole che ho dentro. Li porto dentro di me, li aiuto a crescere. È il mio modo di essere padre, anche se in un altro modo».





