Lorenzo Sciapi, attaccante con fiuto per il gol. Tra reti memorabili, maglie storiche e la vita familiare che lo accompagna, ecco l’intervista esclusiva di VTrend.
Da Castelfiorentino alla Colligiana, dal Tuttocuoio al Trestina, passando per Virtus Castelfranco, Viareggio, AC Fucecchio, Perignano fino ai Mobilieri Ponsacco, Lorenzo Sciapi (classe 1991) ha costruito una carriera da attaccante che ha segnato campionati e record.
Con un fiuto del gol infallibile, Sciapi non è solo un bomber: è un leader, un trascinatore e un esempio di passione e forza mentale, dentro e fuori dal campo.
VTrend ha incontrato Sciapi per una chiacchierata a cuore aperto sulla sua carriera, sulle maglie più importanti e sulla vita familiare che accompagna il suo amore per il calcio.
La passione che diventa vita
Quando hai capito che il pallone sarebbe stato più di un semplice hobby, una semplice passione?
«Avevo le idee ben chiare fin da subito, mi sembra intorno ai 15-16 anni. Finito il campionato di Allievi regionali a Castelfiorentino, d’estate mi aggregarono alla prima squadra. Partii con loro al ritiro, mi piacque subito, e già lì pensavo che un giorno mi sarebbe piaciuto continuare. Poi non tutti siamo fortunati e arriviamo tra i professionisti, però l’idea c’era, con il sogno di diventare professionista. Il pallone, la domenica, era vita: non potevo farne a meno.»
Da bambino, avevi un idolo?
«L’idolo è arrivato crescendo: Drogba. Da piccolo (anche adesso, ndr) tifavo Juventus, quindi guardavo gli attaccanti e mi piacevano tutti!»
I gol più importanti e le maglie del cuore
Qual è stato il gol più importante per te?
«Ce ne sono diversi. La tripletta a Grosseto, nella partita vinta dal Fucecchio 4-1 in casa, è stata bellissima. Molto importante anche il gol della vittoria con il Perignano contro il Livorno all’Armando Picchi, 1-0. È stato un momento incredibile.»
Qual è stata la maglia più importante della tua carriera?
«La maglia del Fucecchio ha un significato speciale per me, è il mio paese e indossarla è stato fondamentale. Ho passato cinque anni meravigliosi, con compagni stupendi e rapporti che vanno oltre il calcio. Poi c’è la maglia del Viareggio, che ha una storia importantissima. E io sono juventino, i colori sono bianco-nero: forse era destino!»

Le stagioni più difficili e le più belle
Qual è stata la stagione più difficile?
«Senza dubbio quella a Perignano nel 2020/21. Ho avuto il Covid, poi mi sono stirato e volevo giocare comunque, anche se non ero al 100%. La prima parte dell’andata è stata complicata: fisicamente quella è stata la mia stagione peggiore.»
E quella più bella?
«Ce ne sono diverse. Una delle più belle è quella di quest’anno al Mobilieri Ponsacco. Vediamo come finirà, ma potrebbe essere memorabile. E poi l’ultima stagione con Perignano, le stagioni a Fucecchio e quella con la Virtus Castelfranco.»
Lo spogliatoio e la forza mentale
Come vivi lo spogliatoio prima di scendere in campo?
«Sono un misto di cose. Prima della partita sono tranquillo, cerco di chiacchierare con i compagni più tesi, ma non ho rituali scaramantici. L’unica cosa che odio è l’attesa della “chiama”: a volte sembra infinita.»
Rispetto agli inizi ti senti mentalmente più forte? Sei un esempio per i più giovani?
«La forza interiore ce l’avevo già all’inizio. Se vuoi continuare a fare sport, in qualsiasi ambito, serve una forza mentale incredibile: ci sono momenti belli, ma anche brutti, in cui nulla va come dovrebbe. È lì che devi reagire: o ti arrendi e sei finito, o reagisci da solo.»
Lavoro, famiglia e calcio
È difficile conciliare lavoro e allenamenti?
«Per me no. Ho avuto la fortuna di avere titolari che mi permettevano di allenarmi tre-quattro volte a settimana. Negli ultimi anni, anche le società si stanno adattando alle esigenze lavorative dei giocatori, spostando gli allenamenti dal primo al tardo pomeriggio.»
La tua compagna ti segue alle partite?
«Sì, Jessica è speciale e mi dà sempre forza nei momenti difficili. Lei già amava il calcio, quindi ci capiamo bene. Quando mi vede giù, sa come farmi stare meglio.»
E la nascita del bimbo quanto ti ha cambiato?
«Tantissimo. Prima portavo il calcio anche a casa nei momenti difficili, ora mi basta vederlo sorridere e alzare le braccia dicendo “babbo, gogo” per ritrovare il sorriso. Già questo mi rende più tranquillo.»
Il futuro e le lezioni del calcio
Pensi di giocare ancora per molto?
«Mi sento ancora bene. Finché il corpo risponderà, continuerò. Quando vedrò che non sarà più possibile, prenderò una decisione. Ma quel momento non è ancora arrivato.»
Qual è la più grande lezione che il calcio ti ha insegnato?
«Il calcio mi ha insegnato a stare in un gruppo e, soprattutto, a reagire nei momenti bui. Più sali di livello, più serve forza mentale: tutti vogliono fare la differenza e arrivare tra i professionisti. Devi credere in te stesso, sempre, anche quando nessuno ci crede.»





