Si parte il 4 aprile, alle ore 18, con il Monologo “Pietà” nella sala grande del Teatro Era (evento gratuito).
Pontedera ospita da sabato 4 aprile e fino a martedì 7 aprile, al Teatro Era, il progetto artistico e culturale “Pietà”, un evento che intreccia arte contemporanea, teatro, fotografia e riflessione civile, promosso dal Comune di Pontedera e dalla Fondazione per la Cultura Pontedera, da un’idea di Federico Quaranta e Filippo Tincolini.
Il programma si snoda su tre eventi. Si parte il 4 aprile, alle ore 18, con il Monologo “Pietà” nella sala grande del Teatro Era (evento gratuito con prenotazione obbligatoria su eventbrite e ancora pochissimi posti a disposizione).
Si tratta di un monologo teatrale scritto e interpretato da Federico Quaranta, affiancato dagli interventi di Andrea Pezzi e dello scultore ( pontederese di nascita ) Filippo Tincolini, con una introduzione del sindaco Matteo Franconi.
Il 5 e 6 aprile, dalle ore 17 alle ore 19, l’Esposizione “Pietà”. Sarà visibile, sempre a teatro e ad ingresso libero, l’opera di Filippo Tincolini, accompagnata dalle fotografie di Laura Veschi, che documentano e interpretano il processo creativo e il significato simbolico dell’opera.
Il 7 aprile, alle ore 18, “Parole di pace”. L’opera resterà esposta in occasione dell’incontro con il Cardinale Matteo Maria Zuppi, in dialogo con la giornalista Agnese Pini, nell’ambito del festival letterario Ponte di Parole.
Il progetto parte da un interrogativo di fondo. È possibile che non siamo più capaci di provare pietà? È questa la domanda, semplice e drammatica allo stesso tempo, che Federico Quaranta, Andrea Pezzi, Filippo Tincolini e Laura Veschi, provenienti da percorsi diversi ma uniti da una stessa sensibilità, si sono posti insieme.
Una domanda maturata davanti alle immagini e agli eventi del nostro tempo, con l’ispirazione che deriva anche dalla fotografia di Mohammed Salem, scattata a Khan Younis e vincitrice del World Press Photo of the year 2024.
“Pietà nel suo significato più profondo: la capacità di riconoscersi nel dolore dell’altro. La capacità di sentire che quella vita spezzata potrebbe essere la nostra, che le persone senza voce potremmo essere noi, che potremmo vivere anche noi le ingiustizie che ora sembra non ci riguardino perché lontane”, viene spiegato.





