Gennaio ha ridisegnato il Pisa tra scelte forti e dubbi evidenti, con un mercato audace e l’arrivo di Hiljemark che ha sollevato interrogativi.
Il mese di gennaio del Pisa racconta una storia complessa, fatta di scelte non sempre allineate e di una linea che appare più contraddittoria che coerente. Il punto di partenza non può che essere la difesa.
Gilardino, prima dell’esonero, aveva parlato apertamente di una lacuna strutturale, addirittura numerica, che rendeva difficile anche la gestione ordinaria. Un allarme chiaro, pubblico, rimasto però sostanzialmente inascoltato. Il mercato ha portato in dote il solo Bozhinov, classe 2005, profilo futuribile ma lontano dall’essere una risposta immediata a un’emergenza tangibile.
Dentro questo quadro si inserisce la separazione con il mister, che continua a lasciare più interrogativi che certezze. “Le voci sull’esonero di Gilardino sono sempre state infondate, lui e il suo staff stanno lavorando benissimo”, così diceva Giuseppe Corrado il 22 gennaio scorso. Se la scelta, dunque, nasce dall’urgenza di provare a salvare la categoria in qualsiasi modo, allora va a scontrarsi con forza con il profilo del suo successore.
Oscar Hijlemark è un allenatore giovane, alla prima vera esperienza in uno dei top campionati europei, chiamato a misurarsi con una situazione delicata, senza margine di apprendistato. Una scommessa vera, forse “affascinante” sul piano progettuale, ma difficilmente conciliabile con la necessità di fare punti subito. Ed è qui che il ragionamento si fa inevitabile. Se la strada era quella della scommessa, perché interrompere il percorso con Gilardino, che conosceva l’ambiente, la rosa e le sue fragilità.
Il mercato di gennaio amplifica queste contraddizioni. L’ex tecnico aveva chiesto rinforzi pronti, abituati al contesto della Serie A, in grado di incidere senza tempi di adattamento. Perché Gilardino non è stato assecondato quindi? La risposta della società è andata in tutt’altra direzione. Sono arrivati solo giocatori stranieri (leggi qui), profili anche interessanti ma estranei al campionato (solo Iling Junior lo conosce), senza esperienza diretta di questa pressione e di questo contesto.
Una scelta che suggerisce come, a un certo punto, il dialogo tra dirigenza e allenatore si sia probabilmente incrinato, se non del tutto interrotto. Le esigenze tecniche non sono state assecondate nemmeno parzialmente e questo, a certi livelli, raramente è un dettaglio marginale. La sensazione è che sia mancata una visione unitaria.
Il Pisa ha dimostrato di avere le capacità economiche per investire, anche in modo significativo, segno che la volontà di lottare per la salvezza, senza dubbio, c’è. Eppure la scelta dell’allenatore e la costruzione del mercato sembrano muoversi su binari diversi. Da una parte l’all-in economico, dall’altra l’affidamento a figure che richiedono tempo, pazienza e contesto favorevole. Due approcci che faticano a convivere quando la classifica si fa sempre più pesante e il calendario non concede tregua.
Questo non significa che il mercato sia stato sterile. La rosa è stata allungata, alcuni innesti hanno qualità e potenziale per essere utili nel futuro prossimo. Nel reparto d’attacco e di centrocampo, il Pisa ora ha più soluzioni, più alternative tattiche e una profondità che prima mancava. Resta però il grande nodo della difesa, corta e fragile (la seconda peggiore della Serie A), caricata di responsabilità che vanno oltre il semplice rendimento individuale.
La dirigenza del Pisa ha scelto di rischiare ancora. Ha fatto scommesse tecniche e sportive nel momento meno permissivo della stagione. Dove porteranno è difficile dirlo oggi. Quello che è certo è che il margine di errore si è assottigliato fino quasi a scomparire. A Hijlemark il compito ingrato di rimettere insieme i pezzi, alla squadra l’obbligo di crescere in fretta. Alla dirigenza resta il giudizio più severo, perché le decisioni prese raccontano di un gennaio improvvisato al momento e senza un filo logico.
A cura di Matteo Casini





