A Pisa viene presentato come una novità un progetto quadriennale contro disagio giovanile, bullismo e cyberbullismo. Ma sul territorio un’esperienza con finalità fortemente analoghe esiste da quasi dieci anni e ha visto lo stesso Comune collaborare e contribuire a progettualità realizzate con Gruppo Paim. Freggia: «Prima di ripartire da zero, perché non riconoscere, integrare e potenziare ciò che funziona già?»
PISA. Un progetto strutturato contro il disagio giovanile, il bullismo e il cyberbullismo, con interventi nelle scuole, coinvolgimento di studenti, famiglie e insegnanti, attività di sensibilizzazione, formazione e sportelli di ascolto.
È il nuovo progetto quadriennale promosso dall’assessorato alle Politiche giovanili del Comune di Pisa e realizzato con la cooperativa sociale Arnera, articolato nei percorsi “Giovani in ascolto” e “Giovani e bullismo”.
Nella presentazione ufficiale del 1° ottobre, il Comune ha sottolineato in particolare un elemento di novità: «È la prima volta che il Comune di Pisa attua un progetto di questo tipo con una durata quadriennale», evidenziando la volontà di costruire percorsi strutturati e continuativi rivolti ai giovani.
Ed è proprio qui che nasce una domanda.
Perché a Pisa un’esperienza strutturata con obiettivi in larga parte analoghi esiste già da quasi dieci anni.
Si chiama FairPlay ed è un progetto promosso da Gruppo Paim che negli anni ha lavorato sulla prevenzione del disagio giovanile, sul bullismo e sul cyberbullismo, coinvolgendo ragazzi, scuole, insegnanti e famiglie e mettendo a disposizione anche uno sportello gratuito di ascolto psicologico.
Non solo. Il rapporto con il Comune di Pisa su questi temi non è una novità.
Nel 2024 era stato lo stesso Comune a presentare ufficialmente “Fare Squadra”, progetto realizzato in collaborazione con Gruppo Paim per «sensibilizzare, prevenire e contrastare fenomeni di bullismo e cyberbullismo, sia nelle scuole che nelle associazioni sportive». Il progetto prevedeva anche la formazione di peer educator e attività nelle classi e nel mondo dello sport. Nello stesso comunicato istituzionale, l’allora assessore Riccardo Buscemi auspicava la prosecuzione dell’esperienza attraverso stanziamenti regionali «da integrare con fondi del Comune».
È quindi difficile non interrogarsi sulla scelta di avviare oggi un nuovo percorso che presenta numerosi elementi già sperimentati sul territorio, anziché partire dal patrimonio di esperienza, relazioni e competenze costruito negli anni.
La questione non è mettere in discussione l’utilità di nuove risorse destinate ai giovani. La questione è comprendere perché esperienze già esistenti, conosciute dalle istituzioni e sostenute negli anni anche attraverso collaborazioni con il Comune non siano state messe al centro di una progettazione capace di dare continuità e maggiore forza a quanto già realizzato.
FairPlay nasce nel 2017 e negli anni ha sviluppato un modello di intervento che coinvolge non soltanto ragazze e ragazzi, ma l’intera comunità educante: famiglie, insegnanti, scuole e professionisti.
Il progetto interviene attraverso laboratori nelle classi, attività di prevenzione e sensibilizzazione, formazione, incontri pubblici e uno sportello gratuito di ascolto psicologico, creando uno spazio accessibile nel quale adolescenti e famiglie possano chiedere aiuto, confrontarsi e trovare un sostegno professionale.
E a raccontare l’impatto del Progetto FairPlay sono anche i numeri.
Solo nell’ultimo anno rendicontato, FairPlay ha coinvolto 70 classi e circa 1.400 studenti, attraverso 280 incontri in aula e circa 420 ore di attività educativa.
Lo sportello di ascolto psicologico ha inoltre raggiunto 160 persone: 60 bambini e adolescenti, 55 insegnanti e 45 familiari, con circa 100-120 ore di ascolto e consulenza psicologica. A queste attività si aggiungono 20 incontri pubblici e tematici rivolti a scuole, insegnanti e cittadinanza e 8 incontri di socializzazione.
Numeri dietro ai quali ci sono soprattutto persone: adolescenti che hanno trovato il coraggio di chiedere aiuto, genitori che hanno potuto confrontarsi con un professionista, insegnanti supportati nell’affrontare situazioni complesse e intere classi coinvolte in percorsi dedicati alle relazioni, alla gestione dei conflitti, al bullismo, al cyberbullismo e all’uso consapevole delle tecnologie.
«Siamo contenti che il Comune decida di investire risorse sul disagio giovanile, sul bullismo e sul cyberbullismo. È un tema troppo importante per trasformarlo in una contrapposizione tra progetti», afferma Giancarlo Freggia, presidente di Gruppo Paim.
«Ma proprio per questo non possiamo ignorare un dato: FairPlay lavora su questi temi da quasi dieci anni e lo stesso Comune di Pisa conosce bene questa esperienza e ha collaborato con noi anche in progettualità dedicate al bullismo e al cyberbullismo. Quando oggi viene presentato un nuovo percorso come un elemento di forte innovazione, la domanda sorge spontanea: la mano destra sa cosa fa la sinistra?».
«Non chiediamo di fermare nuove iniziative», prosegue Freggia. «Chiediamo qualcosa di molto più semplice: prima di creare percorsi paralleli, guardiamo a ciò che il territorio ha già costruito, misuriamone i risultati e utilizziamo le nuove risorse per rafforzarlo, integrarlo e farlo crescere. Altrimenti il rischio è frammentare fondi, professionalità ed energie che potrebbero invece lavorare insieme».
«FairPlay non è soltanto un insieme di attività, ma un patrimonio di relazioni costruito nel tempo», sottolinea la dott.ssa Simona Cotroneo, psicologa e psicoterapeuta.
«In questi anni siamo entrati nelle classi, abbiamo incontrato insegnanti e genitori e soprattutto abbiamo ascoltato moltissimi ragazzi. Alcuni hanno trovato attraverso il progetto il coraggio di raccontare per la prima volta una difficoltà e di chiedere aiuto. Questa fiducia non nasce dall’oggi al domani: è il risultato della continuità e della presenza sul territorio».
«Per questo credo che nuove risorse e nuove progettualità possano rappresentare un’opportunità, purché siano capaci di dialogare con ciò che esiste. Non servono esperienze contrapposte, ma una rete nella quale competenze, servizi e professionalità possano rafforzarsi reciprocamente, mantenendo al centro i bisogni reali dei ragazzi e delle loro famiglie».
Il punto, dunque, non è stabilire quale progetto debba prevalere sull’altro.
È chiedersi se, quando esiste un’esperienza attiva da quasi dieci anni, conosciuta dalle istituzioni e capace di documentare il proprio impatto, la scelta più efficace per la città sia costruire un nuovo percorso parallelo oppure mettere in rete e potenziare ciò che è già stato costruito.
Perché innovare non significa necessariamente ricominciare.
Può significare anche riconoscere ciò che funziona, dargli continuità, far convergere le risorse e permettergli di raggiungere ancora più ragazzi.
FairPlay chiede questo: che quasi dieci anni di lavoro, relazioni, professionalità e risultati sul territorio pisano non vengano semplicemente ignorati.





