Incontro a Pontedera sulla Vespa alla Parigi-Dakar 1980: sabato 21 febbraio 2026 al Moto Club Pontedera i meccanici protagonisti raccontano l’impresa nel deserto.
Pontedera torna a parlare di deserto, sabbia e motori. Il Ciao Club Pontedera, insieme a Pontedera Città dei Motori e al Moto Club Pontedera, organizza un appuntamento imperdibile per gli appassionati di due ruote e per chi ama le grandi storie di sport: “1980 – Paris – Dakar in Vespa. Il racconto dei protagonisti”
L’incontro si terrà oggi, sabato 21 febbraio, alle ore 16:00, nella sede del Moto Club in viale Italia 43 a Pontedera.
Sarà un viaggio nel tempo fino alla leggendaria Parigi-Dakar, quando quattro Vespa partirono alla conquista del Sahara in una delle imprese più audaci mai tentate nella storia del raid africano.
Le voci di chi c’era
Protagonisti dell’incontro saranno i meccanici che nel 1980 vissero in prima linea quell’avventura estrema, seguendo i quattro piloti in Vespa tra dune, forature, cadute e notti insonni nel deserto:
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Mauro Bellatreccia
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Bruno Sbragia
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Moreno Bertini
Saranno loro a raccontare cosa significasse assistere le Vespa giorno e notte, tra guasti improvvisi e riparazioni di fortuna sotto il cielo del Sahara, quando ogni chilometro conquistato era una piccola vittoria.
L’ospite d’onore
A rendere ancora più speciale l’evento sarà la presenza del “mitico vespista” Gianfranco Gemmi, figura molto amata nel mondo Vespa, simbolo di passione e dedizione per lo scooter più celebre d’Italia.
Un pezzo di storia che parla ancora oggi
L’impresa del 1980 non fu soltanto una sfida sportiva, ma un atto di coraggio e visione nato a Pontedera, città simbolo della Vespa. Un’avventura fatta di spirito di squadra, determinazione e orgoglio italiano, che ancora oggi continua ad affascinare generazioni di appassionati.
L’appuntamento del 21 febbraio sarà quindi molto più di una semplice conferenza: sarà un momento di passione e condivisione, per rivivere un capitolo epico della storia dei motori. Pontedera è pronta a riaccendere il mito.

La storia
Portare una Vespa nel cuore del Sahara, tra dune, pietraie e tappe massacranti. Nel 1980 non fu una trovata pubblicitaria, ma una vera sfida sportiva. Alla Parigi-Dakar, la corsa più dura del mondo, il team Piaggio-Vespa si presentò con quattro P200E e un’idea che sembrava folle.
L’uomo dietro il progetto aveva un nome preciso: Jean-François Piot, ex pilota di rally e responsabile sportivo in Piaggio. Dopo l’esperienza in Honda Europa, Piot sognava un colpo clamoroso: dimostrare che uno scooter nato per la città poteva affrontare l’Africa.
Il progetto era tanto tecnico quanto mediatico. Quattro Vespa P200E, preparate a Pontedera con rinforzi strutturali, ruote da 12 pollici, pneumatici speciali e serbatoio supplementare. E cinque Land Rover d’assistenza, guidati anche da nomi illustri del motorsport francese, tra cui Henri Pescarolo e René Trautmann.
La strategia iniziale era brillante: nel prologo francese le Vespa chiudono volontariamente ultime tra le moto, mentre i Land Rover spingono al massimo per partire davanti tra le auto. In questo modo, in Africa, le assistenze avrebbero potuto raggiungere rapidamente gli scooter.
Sulla carta, perfetto. Nel deserto, tutt’altra storia.
Bastano pochi chilometri in Algeria per capire che la Dakar non concede sconti. Forature a ripetizione bloccano le quattro P200E. Non è solo colpa delle pietre o della sabbia: a cedere sono i supporti dell’ammortizzatore posteriore, che con vibrazioni e sollecitazioni fanno sfregare la ruota contro la carrozzeria. Pneumatici distrutti, morale a rischio.
Il team stringe i denti. Si viaggia in gruppo, si accettano penalità, si punta a sopravvivere più che a competere. Le tappe tra Reganne, Bordj-Moktar e Gao diventano un’odissea. Le Vespa affondano nelle dune, i piloti scendono e spingono, i meccanici aiutano nella notte. Si dorme pochissimo, spesso sui Land Rover o direttamente nella sabbia.
Solo al giorno di riposo a Gao arrivano da Pontedera i pezzi rinforzati che mettono fine alla serie infinita di forature. Ma intanto la corsa ha già presentato il conto.
Yvan Tcherniavsky si ritira dopo cadute e problemi fisici. Bernard Neimer, il più veloce e già veterano della Dakar, rompe il telaio: la Vespa si spezza nonostante un tentativo di saldatura d’emergenza. Anche lui è costretto ad abbandonare.
Restano in due: Bernard Tcherniavsky e il giovane Marc Simonot. Il primo, dopo una caduta iniziale, adotta un’andatura prudente. Nell’ultima tappa sulla spiaggia di Dakar tenta un affondo finale, ma il motore grippa due volte e deve concludere con la Vespa caricata sul Land. Simonot, il più giovane e preparato fisicamente, è l’unico a tagliare il traguardo con la Vespa marciante.
Entrambi sono fuori tempo massimo. Ma arrivano.
Anche i Land Rover accumulano ritardi per assistere le Vespa e finiscono in gran parte fuori classifica. Eppure, l’obiettivo vero è stato centrato: dimostrare che l’impossibile si può tentare.
La Dakar 1980 della Vespa non fu una vittoria sportiva. Fu una vittoria di coraggio, di ingegno e di squadra. E fu anche un trionfo commerciale: in Francia, nei mesi successivi, le vendite Vespa aumentarono del 160%.
Nel deserto del Sahara non nacque solo un’impresa sportiva, ma un pezzo di leggenda. Perché a volte non conta il tempo sul cronometro, ma la forza di un’idea capace di attraversare le dune e arrivare, comunque, fino al mare di Dakar.





