Il professor Fabrizio Battellino ricostruisce con VTrend i momenti dell’emergenza: «L’intervento è stato determinante». Poi l’appello sui defibrillatori nelle scuole e la proposta di un presidio medico per il polo scolastico.
Un malore improvviso durante l’ora di educazione fisica, un ragazzo di quasi 18 anni accasciato a terra e due professori che intervengono immediatamente con il defibrillatore e il massaggio cardiaco.
Pontedera, si accascia a scuola dopo uno scontro di gioco: ragazzo rianimato con il defibrillatore
È successo martedì 6 ottobre all’IPSIA Pacinotti di Pontedera, dove la prontezza dei docenti e il successivo intervento dei soccorritori del 118 si sono rivelati decisivi per salvare la vita allo studente, trasportato in codice rosso all’ospedale di Cisanello, a Pisa.
Oggi, fortunatamente, la vicenda ha avuto un esito positivo. A ricostruire quei momenti, nell’intervista rilasciata a VTrend, è il professor Fabrizio Battellino, uno dei due docenti intervenuti insieme al collega Carlo Di Fulvio.
Un racconto che va oltre la cronaca dell’emergenza e che si accompagna a una riflessione sull’importanza della formazione, della manutenzione dei dispositivi salvavita e della necessità di garantire un presidio medico in un polo scolastico frequentato ogni giorno da migliaia di persone.
«L’intervento è stato determinante proprio per la vita del ragazzo, e questo è stato confermato non da noi, ma dai medici del 118 e anche dall’ospedale di Pisa» ha dichiarato il professor Battellino.
Cosa è successo nei momenti precedenti al malore? Si è trattato di un malessere dopo uno scontro o è stato improvviso?
«I ragazzi stavano facendo attività motoria in palestra. A un certo punto il ragazzo in questione, che non pare abbia subito colpi né si sia scontrato con nessuno, è andato giù. In avanti, prono al terreno, privo di sensi, occhi sbarrati.
Noi professori eravamo lì presenti e abbiamo corso subito verso di lui. Quando ci siamo resi conto della gravità della situazione, abbiamo immediatamente preso il defibrillatore.
Il professor Di Fulvio si è avvicinato al ragazzo, l’abbiamo girato e abbiamo capito che la situazione era grave. Abbiamo iniziato a preparare il defibrillatore, mentre il professor Di Fulvio è rimasto con i ragazzi e ha chiamato il 112».
Quanto sono durate, più o meno, le manovre di rianimazione?
«Hanno chiesto la videochiamata, quindi c’è stato un po’ di traffico burocratico. Poi mi hanno chiamato sul cellulare personale, perché la dottoressa che aveva già allertato l’ambulanza, già partita, voleva vedere il paziente. Abbiamo collaborato.
La rianimazione è avvenuta nell’immediato: il defibrillatore ha verificato l’assenza di attività e ha dato la scarica.
È iniziato il massaggio cardiaco, eravamo entrambi lì. La situazione era molto concitata, l’adrenalina ovviamente alle stelle. Il ragazzo ha ripreso a respirare dopo la defibrillazione, ma in maniera debole, e non era cosciente, né lo è mai stato in quei momenti».
E poi cosa è successo con l’arrivo dei soccorritori?
«Sono arrivati i soccorritori con il medico a bordo. A quel punto sono intervenuti loro e noi ci siamo fatti da parte. Il ragazzo ha ripreso conoscenza piano piano quando gli hanno messo l’ossigeno.
Per stabilizzarlo e portarlo in ospedale ci è voluta circa mezz’ora in tutto. Il medico ha preso i parametri e ha fatto quello che doveva fare come personale medico. Dopodiché l’hanno portato in codice rosso a Cisanello, a Pisa».
In seguito avete avuto modo di parlare con il medico intervenuto?
«Il medico è salito sull’ambulanza e ha lasciato l’auto medica qui a scuola. Quando è tornato, dopo un’ora, abbiamo parlato con lui e gli abbiamo detto che avevamo cercato di fare al meglio quello che rientra nelle nostre competenze.
E glielo dico con orgoglio ma senza alcuna presunzione perché qui non ci sono né eroi né presuntuosi. Per noi la premura era la salvezza di un ragazzo che a ottobre compie 18 anni.
Lui ci ha risposto che avevamo completamente salvato la vita al ragazzo. Lo stesso ci ha confermato poi la dottoressa dell’ospedale di Cisanello.
Noi siamo il primo anello e se non funziona il primo anello, noi non serviamo a niente».
Quindi il vostro intervento è stato fondamentale?
«Indispensabile. In un’altra circostanza non saprei dirle come sarebbe andata a finire. Non lo dico perché siamo bravi: gli elogi fanno piacere, ma poi passano».
Cosa vorrebbe che restasse di questa vicenda? C’è un messaggio che desidera lanciare?
«Vorrei approfittare di questo episodio tragico, che si è concluso positivamente, per sensibilizzare ulteriormente.
I mezzi ci sono, ma servono persone preparate, e i dispositivi devono essere a posto e funzionare. Non è una critica, è una riflessione. Sono importanti anche i corsi per imparare a usare questi strumenti. In aula è una cosa, col manichino è un’altra, ma non ci sono alternative.
La legge lo prevede e i mezzi ci sono, però serve maggiore attenzione e cura anche nel controllare che funzionino. Abbiamo sentito di scuole che si sono attivate subito per verificare i propri apparecchi, e dovrebbero averlo già fatto».
Come hanno reagito gli altri studenti che si trovavano in palestra?
«Sono arrivati altri docenti e i ragazzi sono stati allontanati, perché non era una bella scena, specialmente quando è stato attivato il defibrillatore».
C’è qualcos’altro che vorrebbe aggiungere?
«A Pontedera abbiamo un polo scolastico con migliaia di persone tra docenti e soprattutto studenti, e servirebbe un presidio medico che faccia da filtro.
Tutti i giorni, noi come le altre istituzioni, chiamiamo le ambulanze, perché per legge, quando un minorenne si fa male, abbiamo vincoli burocratici da cui siamo imprigionati.
Con un medico, anche uno specializzando, che prenda in considerazione i casi più importanti, non toglieremmo un’ambulanza che magari può servire davvero altrove.
Qui, negli anni, è capitato che arrivassero ambulanze da molto lontano perché quelle locali non erano disponibili».
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Giada Puccinelli





