Donna sottoposta per anni a chemioterapia per un tumore inesistente: la Corte d’appello di Firenze condanna l’Aoup a risarcirla.
PISA – Quella che doveva essere una semplice operazione di ortopedia si è trasformata in un incubo durato più di quattro anni. Una donna toscana è stata infatti sottoposta a cure oncologiche per un linfoma intestinale che, come accertato solo in seguito, non era mai stato presente. Per questa diagnosi errata, la Corte d’appello di Firenze ha stabilito un risarcimento superiore a 470mila euro a carico dell’Azienda ospedaliero-universitaria pisana. Lo riportano i quotidiani Il Tirreno e La Nazione.
Tutto ha origine nel 2006, quando durante gli esami preliminari a un intervento chirurgico all’ospedale di Volterra viene rilevata un’alterazione nei valori dei globuli bianchi. Il caso viene quindi affidato agli specialisti dell’ematologia dell’Aoup. Dopo ulteriori accertamenti, tra cui biopsie al midollo e all’intestino, alla paziente viene comunicata una diagnosi pesantissima: linfoma non Hodgkin a lenta evoluzione, di tipo Malt.
Sulla base di questa valutazione, dal 2007 la donna inizia un lungo percorso di trattamenti con chemioterapia, cortisone e steroidi, protrattosi fino al maggio del 2011. Sarà una successiva biopsia, eseguita in una struttura di Genova, a ribaltare completamente il quadro clinico: nessun tumore, nessun linfoma.
Come riportano Il Tirreno e La Nazione, nel frattempo, però, le conseguenze delle terapie si erano già manifestate in modo grave. La paziente ha subito danni fisici significativi, tra cui alterazioni ormonali e fratture ripetute. Non meno pesanti le ripercussioni psicologiche, segnate da stati d’ansia persistenti, paura di ammalarsi davvero di cancro e pensieri autolesionistici. La vicenda ha inciso anche sulla sua vita lavorativa e sociale: costretta a interrompere l’attività di assicuratrice, la donna ha perso anche la patente di guida, ritenuta non più idonea.
Dopo il fallimento di un tentativo di accordo extragiudiziale, la paziente si è rivolta al Tribunale civile di Pisa. L’Aoup ha sostenuto la correttezza delle scelte cliniche, sottolineando la complessità del caso. Tuttavia, il consulente tecnico del giudice ha evidenziato come non vi fossero elementi sufficienti per giustificare né la diagnosi né le cure adottate.
In primo grado era stato disposto un risarcimento di 258mila euro. La Corte d’appello di Firenze ha successivamente rivisto la decisione, riconoscendo un danno permanente più grave, pari al 60%, e valorizzando l’impatto complessivo che l’errore ha avuto sulla vita quotidiana della donna.





