Si pubblica la lettera aperta di Lorella Barbuti, lavoratrice con disabilità visiva, che racconta le difficoltà affrontate sul lavoro.
Si riporta integralmente la lettera aperta di Lorella Barbuti, lavoratrice con disabilità visiva totale, che racconta il suo percorso professionale e personale, tra difficoltà sul lavoro, gestione della malattia del marito e il licenziamento ricevuto a gennaio.
«Mi chiamo Lorella Barbuti e per anni ho cercato di fare in modo che la mia cecità assoluta non fosse un limite, ma una caratteristica della mia determinazione e del mio modo di lavorare. Oggi sento il bisogno di raccontare la mia esperienza non solo come lavoratrice, ma anche come donna e moglie che, nel momento di massimo dolore, ha percepito una forte mancanza di empatia e comprensione.»
«Per un lungo periodo, all’interno dell’azienda dove lavoravo la Patrimonio Pisa Srl (partecipata del Comuni di Pisa), mi sono sentita progressivamente isolata sul posto di lavoro, privata delle mie precedenti mansioni e collocata in condizioni organizzative che, per come le ho vissute, mi hanno fatto sentire emarginata rispetto agli altri colleghi. In quegli anni ho affrontato anche un procedimento penale dal quale sono stata pienamente assolta: quel percorso giudiziario è stato per me un vero calvario, che ho ritenuto profondamente ingiusto rispetto alla persona che sono e a come ho sempre cercato di svolgere il mio lavoro. Tutto questo soltanto perché nonostante fossi una lavoratrice disabile, con invalidità al 100% riconosciuta dalla legge 104 del 1992, volevo affrontare il lavoro e la vita come una persona “normale”.»
«Con l’aggravarsi della malattia oncologica di mio marito – che, a causa della mia disabilità visiva, era l’unica persona che poteva accompagnarmi fisicamente sul posto di lavoro – ho chiesto all’azienda di poter proseguire nello smart working, come già avvenuto in precedenza. Per me era una necessità sia umana sia pratica: poter assistere mio marito e allo stesso tempo continuare a lavorare.»
«Questa richiesta è stata oggetto anche di un tentativo di mediazione con il supporto della Consigliera di Parità Provinciale. L’esito, però, è stato negativo: l’azienda ha confermato il proprio rifiuto alla prosecuzione dello smart working e non mi sono state proposte soluzioni alternative concrete che, tenendo conto della mia disabilità e della situazione di mio marito, mi permettessero comunque di raggiungere l’ufficio e svolgere le mie attività. Io ho vissuto questo come un irrigidimento organizzativo molto forte e poco attento alla mia particolare condizione.»
«In questa situazione, mi sono sentita di fatto costretta a ricorrere al congedo previsto dalla Legge 104 per poter stare accanto a mio marito negli ultimi mesi della sua vita. Il 4 dicembre, il mio compagno di vita è deceduto. È un dolore che porto ancora dentro, e che si intreccia con quanto è accaduto sul piano lavorativo.»
«Dopo il decesso, ho comunicato la fine del congedo e ho manifestato la volontà di confrontarmi con l’azienda per trovare insieme una modalità di uscita dignitosa, anche alla luce del fatto che avevo ormai raggiunto l’età pensionabile. Mi aspettavo un dialogo, un confronto, un minimo di attenzione al mio stato di vedova e di persona con disabilità. Al contrario, pochi giorni dopo, il 10 gennaio mi è stata recapitata una lettera di licenziamento, decisa unilateralmente dall’azienda. Io ho vissuto questo provvedimento come estremamente duro, specialmente in quel momento di fragilità personale.»
«Per me questo licenziamento non rappresenta soltanto la conclusione di un rapporto di lavoro già segnato da incomprensioni e da situazioni che ho percepito come emarginanti, ma anche l’epilogo di un percorso in cui, nel tempo, mi sono sentita progressivamente messa da parte. Nel mio vissuto personale, mi sono sentita oggetto di decisioni organizzative che hanno finito per annullare il mio ruolo e la mia presenza, pur continuando io a considerarmi una lavoratrice motivata e desiderosa di contribuire con le mie competenze.»
«Ho affrontato un processo penale, dal quale sono stata assolta, mi sono sentita isolata in uffici che ho percepito come inadeguati e lontani dal contesto lavorativo precedente, e sono stata privata delle mansioni che svolgevo da tempo. L’ultimo gesto – il licenziamento in un momento per me così delicato – l’ho vissuto come un ulteriore colpo inferto a una donna rimasta sola, che chiedeva soltanto di poter concludere il proprio percorso professionale con rispetto e dignità.»
«Per queste ragioni non riesco a restare in silenzio. Ritengo, sulla base di quanto ho vissuto e dei documenti che mi riguardano, che le decisioni assunte nei miei confronti siano state profondamente ingiuste e lontane da quei principi di solidarietà sociale, di correttezza e di attenzione alla persona che mi sarei aspettata, tanto più in presenza di una grave disabilità e di un lutto recente. È la mia lettura, la mia verità, che sento il dovere di condividere.»
«La mia battaglia continua nelle sedi opportune, nel pieno rispetto delle regole e degli strumenti previsti dall’ordinamento, non solo per me stessa, ma perché nessun’altra persona si trovi nelle condizioni di dover scegliere, di fatto, tra il diritto al lavoro e il diritto di vivere con dignità il proprio dolore.»
Lorella Barbuti





