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Domenica in giallo con “Tony e le Ciliegie Rosse” di Giuseppe Vecchio

19:25

Di seguito la decima puntata del racconto giallo “Tony e le Ciliegie Rosse”.

Ecco la decima puntata di “Tony e le Ciliegie Rosse” (in esclusiva per i lettori di VTrend.it) di Giuseppe Vecchio, noto e rinomato scrittore.

“Io dovevo risolvere il caso.

Non erano vite di persone stroncate, erano casi, situazioni difficili con delitto, il morto, la morta, c’erano sempre, l’immobilità del cadavere era una sorta di boa, già, una boa, in mezzo al mare, qualcosa di sicuro circondato da tante insicurezze, addirittura un mare, di notte, senti il mare, lo tocchi, lui ti circonda, cosa c’è oltre il tuo sguardo? Non lo sai. Questa inevitabile incertezza è la misura capovolta del tuo coraggio, il cadavere, diventa la boa a cui aggrapparsi, tutto parte e finisce dal morto, che, se una persona si uccide o viene uccisa si chiama cadavere, questa forzata immobilità diventa il punto di partenza e d’arrivo. Nel frattempo il cadavere va via per sempre, viene cremato, seppellito, scompare.

Io dovevo risolvere il caso.

Questo contava, ogni volta che accadeva io mi sentivo rinascere, il cadavere tornava a vivere.

Ognuno pensa nel modo che ritiene più opportuno, io, per pensare, dovevo correre, macinare chilometri, sterzare, riprendere la macchina in curva, solo così riuscivo a pensare, e non in altro modo.

Salvo, devo tornare sul luogo del delitto.
A fare cosa, mangiare altre ciliegie?
Amarene, erano amarene.
Questo pure sai?
L’ho sentito dire da uno dei tuoi.
Non ti sembra strano che avesse una sola scarpa?

Un cadavere non è mai strano, il nostro cadavere era

apparecchiato, pronto a una festa in maschera, gli mancava solo il vestito, il resto c’era tutto. Perciò mi fa strano che abbia una sola scarpa. Tu andresti a una festa con una sola scarpa? Mistero c’è, che non mi convince.

Salvo, devo tornare in quella casa, quando ci sono stato c’era troppa gente, non ho avuto il tempo necessario per riflettere, per ragionare, per capire.
Aspetta ancora un poco e ti faccio tornare dentro, ora lasciami tranquillo che ho altro da fare, mi capisci che ti sto dicendo?
Ti capisco, beato te, aspetterò, farò altro, cercherò altrove.

Allora “buon capisci che sto dicendo”!

Mi ha chiuso il telefono in faccia!

Va bene lo stesso, dagli amici, da quelli veri, si prende tutto.

Melissa, sul tavolo dell’obitorio l’avevo vista bene.

Era una bella donna, faceva specie che fosse morta, perché non l’avevo incontrata prima?

Dicono che fosse una donna brillante, sempre allegra, spensierata, poi, però, la morte le è andata incontro.

I veri delitti sono tali quando non c’è un motivo perché la persona deve morire, il mistero nasce così, perché è morta? Perché proprio lei?

Era questo che mi piaceva, trovare una ragione dove non c’era.

Io saltavo il “perché”, andavo avanti con il come.

Il come, alla fine, mi avrebbe portato al perché.

Non credo ci sia sempre il perché.

Assassino e vittima, quasi sempre, si conoscono, vivono insieme, mangiano insieme, ridono insieme, fanno l’amore, poi, qualcosa, precipitevolmente, cambia.

L’assassino decide il momento giusto che forse non lo è, quest’attesa, più lunga, più corta, rende un omicidio qualcosa di unico, particolare, irrimediabile, proprio come la morte in sé.

C’è sofferenza nella morte così?”

To be continued

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