“Il ragazzo gioca bene”! È la storia di un calciatore di Capannoli, Massimo Mancini, che riesce ad arrivare in Serie A, dove si ritrova a sfidare i suoi idoli… e quelli che diventeranno campioni del mondo. Ve la raccontiamo..
«Era un funambolo, uno di quei ragazzini terribili che neanche il ‘carro armato di Paratici’ sarebbe riuscito a fermare. Facevo le corse per vederlo giocare nel Capannoli: uscivo cinque minuti prima da messa delle 9.30, non me ne voglia l’abate di allora, il compianto Don Luigi Brucalassi, definito dai capannolesi “l’abate buono”, pur di non perdere neanche il fischio d’inizio della partita. Massimo bucava tutte le difese, dribblando gli avversari in maniera stupefacente. Avete presente un coltello che affetta il burro? Ecco, così».
Sono queste le parole che ci ha riportato un giovane spettatore dell’epoca, ricordando Massimo Mancini, calciatore capannolese, che ha iniziato la propria carriera agonistica vestendo proprio la maglia delle giovanili del Capannoli. Massimo, come si suol dire, era un predestinato, e non era difficile accorgersene: con lui in campo la squadra giovanile del Capannoli vinceva quasi sempre, spesso con risultati eclatanti.

Oggi Massimo Mancini, dopo le esperienze da professionista, è tornato a vivere a Capannoli. VTrend lo ha raggiunto per un’intervista, eccola:
Dai campi improvvisati di Capannoli ai riflettori della Serie A con il Como, fino a una seconda vita spesa per insegnare calcio e valori ai più giovani: quella di Massimo Mancini è la storia di un uomo che non ha mai smesso di inseguire il suo primo amore, il pallone. Un viaggio fatto di emozioni, sacrifici, vittorie e ricordi indelebili.
C’è una vita intera, e forse anche qualcosa di più, dentro il racconto di Massimo Mancini, ex calciatore professionista e oggi allenatore nel settore giovanile del Forcoli, protagonista di un percorso che parte dai campetti polverosi della provincia della Valdera e arriva fino ai grandi palcoscenici della Serie A.

Nato a Livorno, ma cresciuto a Capannoli, Mancini racconta con orgoglio le sue origini: «A Livorno ci sono solo nato, poi dopo una settimana mi riportarono a casa a Capannoli. È lì che è iniziato tutto».
Gli inizi a Capannoli e il titolo provinciale
Il primo vero approccio al calcio organizzato arriva a 13 anni, quando a Capannoli viene ricostruita una squadra giovanile. «Mandarono le lettere ai ragazzi del paese e ci presentammo al campo. Da lì iniziò tutto, racconta Massimo a VTrend».
«Quella squadra, costruita con ruoli ben definiti, si rivela subito competitiva e conquista il titolo provinciale, arrivando fino alle finali regionali di Empoli. Mancini ricorda con affetto i compagni di allora: Claudio Faticcioni, Sergio Giuntini, Giovanni Turini, Piero Angiolini, Paolo Rossi, Maurizio Salvini, Massimo Mazzantini, oltre al presidente Piero Orlandini e all’allenatore Pio Lazzerini.»
«Eravamo l’unica squadra di calcio di Capannoli, il paese si muoveva per venirci a vedere e festeggiare con noi». Un ricordo che ancora oggi gli illumina la voce e racconta quanto quel calcio fosse profondamente intrecciato con la comunità.»
Dopo quell’esperienza, Mancini viene notato dalla Marinese, società legata al vivaio della Fiorentina, e si trasferisce nel settore giovanile viola tra Marina di Pisa e Firenze.
Con la Primavera della Fiorentina conquista il prestigioso Torneo di Viareggio, all’epoca uno dei trofei giovanili più importanti d!Italia. L’anno successivo diventa capitano della Primavera e disputa la finale di Coppa Italia di categoria.
L’esordio tra i grandi: Rondinella, Empoli e il salto al Como
Il primo impatto con il calcio dei grandi arriva alla Rondinella, in Serie D, dove gioca due stagioni. Poi il trasferimento all’Empoli, dove disputa un campionato eccellente con 38 presenze su 38 partite. Le sue prestazioni attirano l’attenzione del Como, che lo acquista dando il via alla fase più importante della sua carriera.
Cinque anni indimenticabili a Como
A Como, Mancini vive cinque stagioni memorabili: una promozione dalla Serie C alla B, una dalla Serie B alla A, una salvezza in Serie A, una retrocessione e uno spareggio per tornare nella massima serie.
«Sono stati cinque anni bellissimi -racconta Massimo a VTrend- giocavo sempre, ero titolare fisso. Le vittorie me le sono godute pienamente perché erano anche vittorie mie personali». Parole che restituiscono tutto l’ orgoglio di chi quel sogno se l’è conquistato passo dopo passo. Con il Como disputa anche 60 partite in Serie A in due stagioni, tutte da protagonista.
In campo contro i campioni del mondo del 1982
Tra i ricordi più prestigiosi della carriera – Massimo dice a VTrend – c’è anche l’orgoglio di aver affrontato in campionato quelli che pochi mesi dopo sarebbero diventati campioni del mondo con l’Italia del 1982.
«Ho giocato contro quei campioni. Antonio Cabrini mi marcava quando affrontammo la Juventus, e in campo c’era anche Marco Tardelli». Un motivo di enorme orgoglio per Mancini, che conserva con fierezza il ricordo di aver condiviso il campo con alcuni dei protagonisti della storica cavalcata azzurra al Mondiale di Spagna.
Mancini confessa inoltre la sua fede bianconera: «Ero e sono juventino. Il mio idolo era Franco Causio, perché giocava ala destra con il numero 7 come me. Una volta mi feci perfino scattare una foto con lui durante l’intervallo di una partita contro la Juve».
Il legame con il Como di oggi
L’ex calciatore segue ancora con affetto le vicende del Como moderno, oggi protagonista di un ambizioso progetto sportivo e societario.
«Quei cinque anni – ci racconta Mancini – hanno creato un legame fortissimo. Tifo ancora Como e spero possa arrivare in Champions League. Sarebbe il coronamento di un progetto straordinario». Perché certi colori, quando ti entrano dentro, non ti lasciano più.
Mancini sottolinea il valore del lavoro svolto dalla società lariana: «Nel calcio non bastano le disponibilità economiche, conta come le spendi. A Como sono stati bravissimi tutti: società, allenatore e collaboratori».
Una seconda vita da allenatore: 25 anni in panchina
Terminata la carriera da giocatore dopo 24-25 anni sui campi, Mancini ha intrapreso con la stessa passione quella da allenatore.
Da quasi venticinque anni allena nel calcio giovanile, lavorando soprattutto con le categorie tra i 14 e i 18 anni. Da 19 stagioni è al Forcoli, dove oggi guida gli Allievi Regionali classe 2009.
«È l’età che mi soddisfa di più. Sono ragazzi tra i 16 e i 17 anni, una fascia dove si può lavorare bene sia dal punto di vista tecnico che umano».
Di questo gruppo Mancini parla con particolare orgoglio e profonda stima, definendolo un gruppo di ragazzi speciali: giovani che non fanno mai mancare impegno e dedizione, che frequentano con serietà la scuola e che spesso rinunciano anche a fare tardi il sabato sera pur di arrivare preparati alla partita della domenica. Un atteggiamento che per il tecnico rappresenta il vero valore dello sport giovanile.
Sul piano sportivo, il Forcoli sta inseguendo un obiettivo prestigioso: la qualificazione alla competizione regionale riservata soltanto alle prime cinque classificate di ciascun girone toscano. Un traguardo importante che darebbe ulteriore valore al percorso compiuto durante la stagione.
Il calcio giovanile e il messaggio ai ragazzi
Secondo Mancini, il calcio dilettantistico rappresenta ancora la vera base del movimento italiano.
«Di ragazzi – racconta Mancini a VTrend – senza passione io non ne ho mai trovati. Ho sempre visto giovani seri, disponibili, che si sacrificano per allenarsi, studiano e organizzano la loro vita attorno al calcio. Questa idea che ai giovani non importi più nulla non la condivido».
La crisi del calcio italiano secondo Mancini
Sul momento difficile della Nazionale italiana, Mancini offre una riflessione lucida e articolata.
«Tre Mondiali falliti non sono più un caso, sono un segnale evidente. La Nazionale è il frutto del movimento che hai alla base».
Secondo l’ex centrocampista del Como, uno dei problemi è la riduzione dello spazio per i giovani italiani nei vivai professionistici.
«Negli anni Ottanta c’era un solo straniero per squadra e guarda caso nel 1982 abbiamo vinto il Mondiale. Oggi il sistema è cambiato completamente e i ragazzi italiani trovano meno spazio».
Pur riconoscendo la qualità del lavoro degli allenatori federali, Mancini ritiene necessario un cambiamento strutturale:
«Dobbiamo studiare chi oggi fa meglio di noi in Europa e nel mondo. Un tempo ci copiavano tutti per l’organizzazione tattica, oggi siamo noi che dobbiamo imparare dagli altri».
Tutti i risultati di una carriera costruita sul campo
Nel corso della sua lunga esperienza da calciatore, Massimo Mancini ha collezionato risultati im- portanti a ogni livello del proprio percorso:
– Titolo provinciale giovanile con il Capannoli e partecipazione alle finali regionali di Em- poli;
– Campionato italiano con gli Allievi della Marinese/Marina di Pisa;
– Vittoria del Torneo di Viareggio con la Primavera della Fiorentina;
– Finale di Coppa Italia Primavera da capitano della Fiorentina;
– 38 presenze su 38 partite con l!Empoli in una stagione da assoluto protagonista;
– Promozione dalla Serie C alla Serie B con il Como;
– Promozione dalla Serie B alla Serie A con il Como;
– Salvezza in Serie A con il Como nella stagione successiva alla promozione;
– 60 presenze in Serie A distribuite in due campionati completi;
– Spareggio per la promozione in Serie A disputato con il Como al termine dell’ultima sta-
gione in Lombardia.
Numeri e traguardi che raccontano la continuità e il valore di una carriera vissuta sempre da protagonista.
Una vita per il calcio dai campetto ‘sotto la chiesa’ (un tempo) di Capannoli ai palcoscenici della Serie A, fino ai campi del settore giovanile dove oggi forma i ragazzi di domani: la storia di Massimo Mancini di Capannoli, è quella di un uomo che ha dedicato ogni stagione della propria vita al calcio, vivendo questo sport non soltanto come professione, ma come parte stessa della propria identità. E ancora oggi, dopo decenni, la passione resta la stessa. «Il calcio fa parte della mia vita. È stato il mio primo amore e continua a esserlo ogni giorno». @RIPRODUZIONE RISERVATA





