Scuola, scontro a Castelfranco tra inclusione e multiculturalismo: il sindaco Mini replica, un genitore risponde.
La visita del provveditore agli studi Simonetti all’istituto comprensivo Da Vinci di Castelfranco di Sotto, nel primo giorno di scuola, apre un confronto sul significato di inclusione, multiculturalismo e sul ruolo della scuola nell’insegnamento della lingua e della cultura italiana.
A intervenire è il sindaco Fabio Mini, che, dopo la visita, ha affidato a un comunicato alcune precisazioni rispetto ai messaggi emersi in occasione dell’inizio dell’anno scolastico.
Successivamente, nel gruppo Facebook Sei di Castelfranco di Sotto se.., è comparso il lungo intervento di un genitore dell’istituto, Thioub Zlatan Ibra, che ha replicato alle parole del primo cittadino partendo dalla propria esperienza familiare.
Castelfranco, il sindaco Mini: “Sì alla scuola inclusiva, no alla scuola multiculturale”
«Mi ha fatto ovviamente piacere la presenza del provveditore nel nostro comune il primo giorno di scuola, però sono costretto a chiarire alcuni concetti che questa mattina trovo sulla stampa», afferma il sindaco Fabio Mini nel comunicato.
Il primo cittadino rivendica quindi la posizione dell’amministrazione comunale, di centrodestra, sul ruolo della scuola.
«Noi come amministrazione comunale di centrodestra non siamo d’accordo su questo utilizzo strumentale della scuola per lanciare messaggi politici o ideologici e vogliamo ribadire che pur essendo a favore di una scuola inclusiva, a nostro avviso, l’istruzione non deve diventare il terreno in cui far veicola alcune idee, appunto dal sapore ideologico».
Il sindaco introduce quindi una distinzione precisa tra il concetto di inclusione e quello di multiculturalismo.
«Inclusione è una cosa diversa dal multiculturalismo», sostiene Mini.
Il sindaco precisa di non essere contrario alla presenza di studenti di origine straniera nelle scuole.
«Quindi per noi va benissimo una scuola con la presenza di ragazzi di origine straniera, ci mancherebbe altro, ma non una scuola multiculturale», afferma.
Nel ragionamento del primo cittadino assume un ruolo centrale l’apprendimento della lingua e della cultura del Paese nel quale si vive.
«In ogni paese in cui si va si impara la lingua e la cultura del paese che ci ospita, o dove crescono le seconda e terza generazione», prosegue Mini.
Il sindaco utilizza poi un’espressione particolarmente netta per contestare quella che definisce una posizione «sinistroide».
«Questa idea ‘sinistroide’ che ogni volta che arriva uno straniero debba essere io a casa mia a dover imparare la sua lingua, la sua cultura, e tutto ciò che ne consegue, non è accettabile, non esiste proprio», dichiara.
Da qui la richiesta di un cambio di impostazione.
«Questa logica va cambiata, questo è un gioco che alla fine non è utile a nessuno, in primo luogo agli studenti italiani, ma non aiuta neppure quelli di origine straniera a conoscere il paese dove si trovano», afferma ancora il sindaco.
La conclusione riguarda direttamente il compito attribuito alla scuola: «La scuola deve insegnare la lingua e la cultura italiana a tutti senza nessuna distinzione e aggiungo, se si centrasse questo risultato sarebbe già molto».
Alle parole del sindaco ha risposto, attraverso un post pubblicato nel gruppo Facebook Sei di Castelfranco di Sotto se.., Thioub Zlatan Ibra, che si presenta come «un papà dell’IC Da Vinci».
Il genitore parte dalla quotidianità vissuta dal figlio all’interno della scuola.
«Nella classe di mio figlio ci sono bambini italiani e bambini come mio figlio. Loro non fanno distinzione tra inclusione e multiculturalità. Giocano insieme, imparano l’italiano insieme, si aiutano a vicenda. Sono già più avanti di noi», scrive.
Una replica che sposta il punto di osservazione dalle definizioni alla vita quotidiana degli studenti e ai rapporti che si instaurano tra bambini di origini diverse.
Il genitore affronta poi il tema della lingua parlata in famiglia.
«Nessun genitore straniero chiede che lei impari la nostra lingua. Chiediamo che la scuola non chieda a nostri figli di vergognarsi di quella che parlano a casa. Tutto qui».
Nel post viene contestata anche l’idea secondo cui l’insegnamento della lingua e della cultura italiana debba necessariamente entrare in contrapposizione con la valorizzazione delle diverse origini degli studenti.
«Dire “la scuola deve insegnare solo lingua e cultura italiana senza nessuna distinzione” non aiuta nessuno, né gli italiani né gli stranieri», sostiene Ibra.
Secondo il genitore, inoltre, la scuola dovrebbe preparare gli studenti a confrontarsi con una realtà caratterizzata dalla presenza di persone provenienti da culture differenti.
«Non prepara i nostri figli al mondo reale, che è multiculturale che ci piaccia o no».
La conclusione del suo intervento torna sul concetto di inclusione, proponendo una sintesi diversa rispetto a quella indicata dal sindaco.
«Noi genitori vogliamo una scuola che insegni l’italiano benissimo a tutti, ma che insegni anche il rispetto. Altrimenti che inclusione è?»
Il confronto mette quindi a confronto due impostazioni differenti sul significato dell’inclusione scolastica.
Da una parte, il sindaco Mini ribadisce la centralità della lingua e della cultura italiana e contesta quello che considera un utilizzo politico o ideologico della scuola, distinguendo nettamente l’inclusione dal multiculturalismo.
Dall’altra, il genitore che ha affidato la propria posizione ai social sottolinea la convivenza quotidiana tra bambini italiani e di origine straniera, sostenendo che l’apprendimento dell’italiano possa convivere con il rispetto per la lingua parlata a casa e per le diverse origini familiari.
Il confronto, in entrambi gli interventi, ruota dunque attorno alla scuola e a una domanda di fondo: quale debba essere il ruolo dell’istruzione nell’accompagnare bambini e ragazzi che crescono in una realtà nella quale convivono origini, lingue e culture differenti.





