Premiato Francesco Moser, leggenda del ciclismo italiano, vincitore di un Giro d’Italia e di tre edizioni della Parigi-Roubaix.
PONTEDERA – 273 vittorie su strada, un Mondiale, un Giro d’Italia, tre Parigi-Roubaix e un record dell’ora che ha cambiato la storia del ciclismo. Il curriculum di Francesco Moser è da leggenda, e oggi, giovedì 22 ottobre, lo “sceriffo” del ciclismo italiano ha aggiunto un riconoscimento che, a suo dire, mancava ancora alla sua collezione. Al teatro Era di Pontedera il campione trentino ha ricevuto il premio nazionale “Alessandro Mazzinghi”, giunto alla quinta edizione.

«Credo di non aver mai vinto un premio intitolato a un ex sportivo – ha confessato Moser dal palco – mi fa molto piacere riceverlo». Con Mazzinghi le strade non si sono mai incrociate, almeno nei ricordi del ciclista. Moser ha però ricordato il suo legame con queste terre, dove da corridore ha gareggiato e vinto più volte: «Ho corso a Ponsacco, a Santa Croce… la Toscana l’ho girata tutta».
«Oggi è una grande festa di sport – ha detto l’assessore allo sport Mattia Belli –. Sappiamo bene cosa Mazzinghi ha rappresentato per lo sport italiano e per Pontedera. Sandro è stato un uomo che ha sempre coniugato l’impegno massimo con il rispetto e il coraggio umano, e per questo incarna i valori sociali della nostra città. Un uomo del popolo e di popolo».

A motivare la scelta è stato il consigliere comunale Riccardo Minuti, presidente della commissione che assegna il premio, che ha definito Moser «un primario protagonista della storia del ciclismo nazionale e mondiale» e, per la sua generazione, «un simbolo scolpito nella memoria in modo indelebile». Minuti ha ricordato il record, ancora oggi imbattuto tra i corridori italiani, delle 273 vittorie da professionista, e quell’autorevolezza nel controllare la corsa e gli avversari che gli valse il soprannome di “sceriffo” nel ciclismo eroico degli anni Settanta e Ottanta.

Il presidente della commissione ha poi tracciato un parallelo tra i due campioni. Come Mazzinghi ebbe il suo Benvenuti, Moser ebbe i suoi grandi rivali: prima Felice Gimondi, con il simbolico passaggio di testimone al Mondiale di San Cristóbal del 1977, vinto da Moser con Gimondi a lavorare generosamente per lui, poi soprattutto Giuseppe Saronni, in un dualismo che divise l’Italia come Coppi e Bartali. «Moser fu un precursore – ha sottolineato Minuti – capì prima degli altri che il ciclismo stava entrando in una nuova era fatta di ricerca scientifica, aerodinamica e innovazione». E, come Mazzinghi, «è rimasto una persona semplice e autentica, legata alla sua terra, alle sue vigne e alle sue montagne».

Sul palco, intervistato, Moser ha raccontato anche l’origine del celebre soprannome “sceriffo”. Tutto nasceva dal pullman della Rancilio, l’azienda di macchine da caffè, che al Giro stazionava alla partenza delle tappe: «Ci andavamo a firmare, e i corridori più importanti salivano dentro, dove c’era una specie di salotto, e si parlava della tappa del giorno prima e di quella da fare. Lì hanno cominciato a chiamarmi così, poi il nome si è diffuso». Con un pizzico di ironia: «Non è che comandassi il gruppo, anche se sarebbe stato bello poterlo fare. Ma è comunque un complimento».

Come da tradizione, il premio ha reso omaggio anche allo sport pontederese. Riconoscimento alla Pugilistica Mazzinghi e alla Polisportiva Pontedera Bientinese di pattinaggio artistico, società nata nel quartiere di Fuori del Ponte e cresciuta negli anni fino a diventare una realtà di riferimento.

Spazio anche al progetto “Appunti per un film su Mazzinghi”, un docufilm dedicato al rapporto tra il campione e la sua città, realizzato dagli studenti del corso di videomaking tenuto al polo tecnologico Pont-Tech da Francesco Andreotti, regista, documentarista e docente di cinema.

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