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Il diacono guarisce dal Covid, il racconto in una lettera

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VICOPISANO. La testimonianza del diacono Giorgio Redini, dopo il Covid, un messaggio di particolare sensibilità tra l’altro pubblicato in un periodo così particolare, la “Pasqua”.

Riportiamo integralmente – scrive il comune di Vicopisano –  la testimonianza del nostro diacono Giorgio Redini, scritta una settimana dopo essere tornato a casa, al termine di una dolorosa odissea causata dal Covid-19. Si è ripreso, sebbene duramente provato dopo essere stato anche in pericolo di vita, e desidera ringraziare i medici, gli infermieri, il personale sanitario che l’hanno assistitito nel lungo periodo di malattia.
Non aggiungiamo altro alle sue parole, – scrive il comune di Vicopisano – se non un grazie per averle scritte e condivise e un… bentornato nella nostra comunità!
“Mi chiamo Giorgio Redini, ho 63 anni, sono diacono e sono stato ricoverato dal 25 febbraio al 18 marzo, all’ospedale di Cisanello, in pneumologia, in preintensiva per aver contratto il Covid-19, sono ritornato a casa il 25 marzo dopo essere passato anche dalla la residenza Covid del Calambrone.
Di questa esperienza terribile, compromesso nel fisico, devastato e dopo aver passato dei momenti in pericolo di vita, porto dentro di me un ricordo legato al personale medico, infermieristico e OSS veramente unico.
Secondo me, i nomi di queste persone che assistono tutti i malati, mettendo a repentaglio anche la loro salute e sopratutto la loro integrità mentale, visto lo stress cui sono sottoposti momento dopo momento, sono da mettere sul calendario affiancati ai nomi dei santi.
Si da mettere sui calendari, perché loro sono i nuovi santi, che all’altare della sofferenza umana operano e celebrano quella Messa che nelle membra dei malati, portano ristoro e curano alle membra di Gesù crocifisso.
La loro professionalità non si ferma a curare il malato, ma va oltre, oserei dire che quasi passa in secondo piano davanti alla loro umanità, umanità espressa senza retorica,
genuina e spontanea, che fa di loro tanti samaritani che si fanno carico di tutti i ricoverati di quei reparti, dove si vive la solitudine e la paura di non farcele.
La solitudine e la paura alleviate da tanti sorrisi espressi sotto quelle mascherine sorriso non visibili, ma espressi da quegli occhi che con la luce di chi ti vuole bene, di chi vuole il tuo bene di chi ama la tua vita e la vuole salva, ti guardano.
Amore espresso da quelle mani che curandoti, ti accudiscono come le mani di una mamma, e vincendo il tuo pudore, non ti fanno sentire vergogna, perché se chiudi gli occhi, provi la sensazione che provavi da bambino piccolo, quando ammalato, la tua mamma si prendeva cura di te.
Ho letto che, i nostri infermieri, i nostro dottori, il nostro personale Oss che lotta contro questa pandemia, è stato nominato per il premio nobel, si è bello avere questa onorificenza, è bello sentirci parte di un sistema che riconosce i meriti di tali categorie, però secondo me questa nomina “generica” è deficitaria.
Deficitaria perché nella totalità delle categoria dovrebbero essere letti i nomi di tutti e dico tutti gli operatori sanitari che si impegnano con abnegazione per aiutarci a portare le nostre croci e nel peggiore dei casi ci accompagnano al momento della morte tenendoci per mano, soffrendo con noi e piangendo insieme ai familiari.
Pensando a tutte quelle persone che ho incontrato nel reparto covid di pneumologia di Cisanello, nella mia brutta esperienza e cercando un aggettivo per poterli definire, non riesco a trovarlo, perché nessun vocabolario può contenere tale aggettivo che sia esaustivo.
Detto questo, provo ad esprime un concetto, un pensiero che mi viene alla mente, allora amo dire, amo descrivere queste Persone (consentitemi la P maiuscola) con queste parole: loro sono fatti così, l’amore e la vicinanza sono le prime medicine che usano per guarirti e accompagnarti nella tua esperienza di croce, loro sono fatti sono fatti così, caratteristica fondamentale del loro essere è la testimonianza di un amore che ti abbraccia e ti coinvolge.
Loro sono fatti così, per i medici, il giuramento di Ippocrate, non è solo un ricordo di qualcosa fatto all’inizio della loro professione, ma qui, e questo lo posso testimoniare anche sui tetti, con tutta la convinzione, viene vissuto appieno e viene trasmesso quotidianamente anche a tutto il personale infermieristico e Oss.
Secondo me nei loro armadietti, di tale giuramento, tutti ne conservano una copia che leggono quotidianamente ad inizio turno.
E questo si tocca con mano nel loro farsi carico dei tuoi problemi, loro si caricano sulle spalle, a volte esili e stanche di tutto questa situazione, la tua sofferenza e sorreggendoti, percorrono con te, col sorriso e la comprensione, la strada impervia della sofferenza, vicini al letto dove sei inchiodato così come era vicina la Madonna a Gesù sulla croce.
Mentre i medici ti visitano, gli infermieri e il personale OSS ti curano e ti assistono, puoi ammirare i loro occhi che sorridendoti, ti esprimo tutto l’amore possibile che un essere umano sa dimostrare verso i suoi simili, anzi vanno oltre, con quello sguardo infondono in te la speranza.
Quegli occhi unica parte visibile dietro quei caschi, quei visi coperti dai dispositivi di sicurezza, sono rimasti dentro di me e che vorrei poter dipingere sul volto della Madonna, quegli occhi che gioiscono quando le cose migliorano e che sono velati di tristezza e di lacrime, quando le cose peggiorano o precipitano.
Occhi di vari tagli o colori, ma usati da Gesù per parlarci della sua misericordia, quelli occhi che svegliandoti al mattino, sono la prima cosa che vedi e sono li ad infonderti la speranza di un nuovo giorno che hai davanti da trascorrere.
Poi quella mani che ti visitano, ti curano, ti puliscono e ti assistono nella tue mancanze fisiche che accarezzandoti danno ristoro al tuo corpo e pace alla tua anima.
Se fossi pittore dipingerei… dice una vecchia poesia riferita alla mamma… la Madonna, dico io, la dipingerei con l’espressione di vostri occhi, il volto lo vorrei fare immaginando i vostri lineamenti nascosti dai dispositivi di protezione, voi siete icona di Maria che per sorreggere Gesù Bambino e per benedirci usa le vostre mani.
Dice una poesia fiamminga del XV secolo: Gesù non ha più mani per compiere le sue opere oggi, voi smentite questa affermazione, perché e con le vostre mani che portate a compimento l’opera di Dio, perché testimoniate quell’amore che non conosce limiti, barriere e pregiudizi, esprimete quell’amore che mi fa dire, ci fa dire Dio esiste, ora ho le prove.
Per me siete stati fratelli, sorelle, amici e amiche, che mi hanno sostenuto in questa esperienza, per me e so di parlare a nome di tutti: le cure, con le quali ci assistete, più che terapia sono atti d’amore, tutti quei prelievi, sono stati atti di vicinanza e, pur invasivi, così come li avete fatti voi, per me sono un ricordo di quella voce di una voce, che quasi si scusava per quel prelievo.
Quei momenti in cui nel pieno delle mie, delle nostre crisi fisiche mi, ci avete cullato, quando, a volte, quasi col “groppo” in gola ci facevate iniezioni di fiducia, quella fiducia che agisce in noi con tutta la forza di una speranza che giorno dopo giorno, grazie alla vostra professionalità e preparazione professionale, mi hanno consentito il ritorno a casa dai miei cari.
Tutto il personale lo l’ho vistoi gioire con chi ce l’ha fatta, l’ ho visto piangere per chi, purtroppo non ce l’ha fatta, l’ho sentito cantare per incoraggiare un malato che stava mollando, ho visto perfino un medico ‘cullare’ una donna che ci stava lasciando, donandole l’amore di un figlio che oramai non aveva più.
Non posso fare tutti i loro nomi, per non dimenticarmene qualcuno, ma quando penso a loro, amo pensare a degli angeli che dal Paradiso si sono incarnati e sono venuti sulla terra per assisterci e curarci, per proteggerci con le loro ali spiegate, non fatte di piume come l’iconografia ci insegna, ma fatte d’amore comprensione e dolcezza.
Ricordo ancora con commozione, quel momento, la seconda notte che ero ricoverato, quando il cuore era andato in crisi, quando mi avevano stabilizzato di nuovo, quella mano posata sulla mia spalla e quelle parole dette con voce pacata: “Coraggio Giorgio, ora ci siamo noi qui, rilassati cerca di dormire, riposa, che al resto ci pensiamo noi!”
Frase e gesto che per me sono stati, oltre ai medicinali che mi stavano dando, come l’aver preso una compressa grossa al pari di una ruota di camion, e accarezzando quella mano mi sono addormentato.
Veramente grazie di tutto, grazie che per avermi curato, grazie per la vostra vicinanza, io quando vi incontrerò non vi riconoscerò, a causa delle mascherine, ma quando voi mi vedrete, chiamatemi e allora potrò dare un volto a ognuno di voi che siete mie madri, siete miei padri perché con il vostro operato mi avete ripartorito alla vita.
Eternamente grato Giorgio”

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