È la quarta persona in Toscana e la sedicesima in Italia ad aver avuto accesso all’aiuto medico alla morte volontaria.
Una vicenda complessa, segnata da mesi di attesa, due dinieghi dell’ASL, una diffida e un ricorso d’urgenza, che si è conclusa solo dopo nove mesi con una nuova valutazione medica. Oggi “Mariasole”, nome di fantasia scelto dalla donna, ha potuto esercitare il proprio diritto all’autodeterminazione nella sua abitazione, circondata dai suoi cari.
A darne notizia è l’Associazione Luca Coscioni, che ha seguito il caso insieme al team legale e medico. L’associazione parla di una “tenacia” che ha consentito alla donna di superare ostacoli burocratici e resistenze amministrative, fino al riconoscimento finale delle condizioni previste dalla normativa e dalla giurisprudenza costituzionale.
“Mariasole”, 63 anni, era affetta dal 2015 da una forma di parkinsonismo degenerativo atipico in fase avanzata. La malattia l’aveva resa completamente dipendente dall’assistenza continuativa del marito e di un assistente sociosanitario per ogni funzione vitale. Secondo quanto riferito, la donna rientrava nei requisiti stabiliti a seguito della storica sentenza della Corte costituzionale della Repubblica Italiana del 2019, che ha aperto all’accesso all’aiuto medico alla morte volontaria in specifiche condizioni.
Nonostante ciò, la sua richiesta era stata inizialmente respinta due volte dall’ASL competente. Solo dopo un lungo percorso amministrativo e giudiziario – tra cui una diffida formale e un ricorso d’urgenza – si è giunti a una rivalutazione che ha infine consentito l’accesso alla procedura.
Il caso riaccende il dibattito sulle modalità applicative del fine vita in Italia, con particolare attenzione alle differenze territoriali e alle tempistiche di valutazione. In Toscana, la vicenda di “Mariasole” rappresenta il quarto caso concluso, mentre a livello nazionale si tratta del sedicesimo.
Per l’Associazione Luca Coscioni, il nodo centrale resta quello delle procedure: “senza regole chiare e tempi certi – sottolinea l’associazione – il diritto rischia di trasformarsi in un percorso a ostacoli, accessibile solo a chi ha la possibilità materiale e psicologica di affrontare lunghi contenziosi legali”.
Da qui l’appello alle istituzioni sanitarie e alle amministrazioni regionali, inclusa la Regione Toscana, affinché vengano adottati protocolli uniformi, tempi definiti e procedure trasparenti, in modo da garantire l’effettiva applicazione dei diritti riconosciuti.
Una vicenda che, al di là del singolo caso, riporta al centro del dibattito pubblico la questione dell’autodeterminazione nelle scelte di fine vita e il rapporto tra diritto, medicina e burocrazia sanitaria.





