Non servono ori olimpici per essere un campione. A volte, una storia è più efficace di una medaglia. E quella del calcinaiolo Matteo Stefanini, pluriolimpionico di canottaggio, è una di quelle da raccontare.

Sabato scorso, alla Giornata Diocesana dei Giovani organizzata dal Vescovo Andrea Migliavacca, Matteo non è salito su un podio, ma su un palco davanti a centinaia di ragazzi. Ha raccontato cosa significa inseguire un sogno, cadere, rialzarsi, e scoprire che, alla fine, il vero successo non è vincere, ma non smettere mai di remare.
Non è facile parlare di sé quando si è abituati a farsi notare per i risultati. Eppure Matteo, con la schiettezza di chi ha sudato su fiumi e laghi di tutto il mondo, ha condiviso con i giovani di Arezzo le sue Olimpiadi – Atene 2004, Londra 2012, Rio 2016 – non come traguardi, ma come tappe di un viaggio.
Un viaggio fatto di allenamenti estenuanti, di dubbi che assillano ogni adolescente: “Ce la farò? Sto sprecando il mio tempo? E se mollassi tutto?”. Domande che Matteo si è posto, soprattutto da ragazzo, quando la fatica sembrava più grande della passione. Ma c’è una differenza tra chi si arrende e chi, invece, decide di andare avanti nonostante tutto. E lui ha scelto la seconda strada.
Il momento più toccante del suo intervento è arrivato quando ha pronunciato una frase che sembra uscita da un diario:
“Solo quando non si ha più una cosa a noi speciale si riesce a capire la vera importanza di essa. E diventa un gesto nobile riconoscerlo, ammettere lo sbaglio, perché non è mai troppo tardi.”
Parole che nascono da un incontro speciale, quello con Charlie, un atleta non professionista che gli ha fatto comprendere quanto, al di là delle scelte giuste o sbagliate, contasse ciò che era riuscito a fare: rappresentare l’Italia a livello mondiale in una disciplina come il canottaggio, dove ogni colpo di remo è una sfida con sé stessi.
Ma cosa significa, concretamente, non mollare? Per Matteo, vuol dire credere in sé stessi anche quando gli altri dubitano, accettare i propri errori senza farsi schiacciare, e trasformare le delusioni in carburante. Ai ragazzi di Arezzo ha detto chiaramente che:
“Lo sport insegna che la vera medaglia non è quella d’oro, ma è la capacità di guardarsi allo specchio e dire: ‘Ho dato tutto’.”
E poi c’è Calcinaia, il paese dove Matteo ha mosso i primi colpi di remo, dove ha lasciato amici e radici, e dove, ancora oggi, torna per ritrovare l’energia dei suoi esordi.
“Porto sempre con me il ricordo delle acque dell’Arno, dei primi allenamenti, delle risate con i compagni”, ha confessato. “Perché è lì che ho capito che lo sport non è solo fatica, ma anche condivisione, amicizia, e la gioia di sentirsi parte di qualcosa di più grande.”
Un insegnamento che ora cerca di trasmettere ai giovani: lo sport è una scuola di vita, dove si impara a cadere, a rialzarsi, e a guardare avanti senza paura.
Forse non tutti diventeranno campioni olimpici. Ma di certo, dopo aver ascoltato Matteo Stefanini, nessuno di loro dimenticherà che le vere vittorie si costruiscono giorno dopo giorno, con sudore, umiltà e un cuore che non ha paura di ricominciare. Fonte: Comune di Calcinaia





