La storia di Mario Tobino e del manicomio di Maggiano approda sulla Rai con una serie girata tra Toscana e Roma. Un racconto che riporta al centro la memoria di un territorio e una pagina importante della storia sociale e culturale toscana.
LUCCA – Sta per arrivare su Rai1 “Le libere donne”, una nuova serie televisiva ispirata al romanzo Le libere donne di Magliano, capolavoro del medico-scrittore Mario Tobino ambientato negli anni ’40 e ’50 nell’ospedale psichiatrico di Maggiano, alle porte di Lucca: l’appuntamento è per il prossimo 10 marzo. Le riprese, concluse recentemente con protagonista Lino Guanciale nei panni di Tobino, sono state girate tra Roma e la Toscana, con diverse scene nel territorio lucchese e nel centro storico di Lucca, e puntano a raccontare con grande sensibilità un mondo spesso dimenticato dalla memoria collettiva.
Follia nella letteratura: dal mito alla realtà
La follia ha da sempre affascinato scrittori e artisti come luogo simbolico di rottura, specchio delle contraddizioni umane, e via di accesso ai limiti dell’esperienza. Da opere classiche come il Decameron di Boccaccio, Hamlet di Shakespeare e L’Orlando Furioso di Ariosto a romanzi moderni che esplorano l’alienazione e l’io spezzato, la follia serve a interrogare i confini tra sanità e malattia, tra normalità e diversità. La letteratura del Novecento italiana aggiunge una dimensione sociale a questo tema, mettendo in discussione non solo i criteri diagnostici ma anche le istituzioni — primo fra tutti il manicomio — e il modo in cui la società ha gestito chi vive “fuori norma”.
Chi era Mario Tobino e cosa fu Maggiano
Mario Tobino (Viareggio 1910 – 1991) fu medico, psichiatra e poeta: dopo la laurea visse per oltre quarant’anni all’ospedale psichiatrico di Maggiano, dove per lungo tempo fu responsabile del reparto femminile. Il luogo reale — spesso identificato nel romanzo semplicemente come Magliano — non è solo sfondo narrativo: è un microcosmo sociale in cui si intrecciano storie individuali, disperazioni, dignità e contraddizioni di un sistema sanitario che ancora non conosceva gli psicofarmaci e in cui la reclusione psichiatrica era pratica comune.
Tobino, con uno stile a metà tra diario e prosa poetica, rompe il silenzio su quel mondo, presentando le pazienti non come casi clinici anonimi, ma come individui con nomi, storie e leggi proprie che sfidano lo sguardo pregiudizievole del “normale”.
Il romanzo e i personaggi
Nel diario‑romanzo Le libere donne di Magliano, pubblicato nel 1953, Tobino registra la vita quotidiana nella “Vigilanza”, il reparto femminile dell’ospedale: donne afflitte da depressione, erotismo, disperazione, ma anche da una creatività imperscrutabile. Tra i personaggi ricordiamo figure emblematiche come Lella, circondata da fiori e animali, o la Berlucchi, tormentata da un dolore esistenziale che la porta a gesti estremi. (
Non si tratta di semplici storie di malattia, ma di ritratti di umanità complesse, che Tobino osserva, ascolta e racconta con pietà e profondità, capovolgendo l’idea tradizionale di “pazzo” come colui che non merita comprensione. (fondazionemariotobino.it)
“Gli ultimi giorni di Magliano”: diatribe, Basaglia e riforma
Negli anni ’70 la psichiatria italiana fu attraversata da una profonda crisi culturale e istituzionale: il movimento guidato da Franco Basaglia chiedeva la totale chiusura dei manicomi come luoghi di esclusione, mentre molti psichiatri come Tobino avvertivano dubbi e paure circa il destino dei malati una volta liberati.
Tobino raccolse queste tensioni nel libro Gli ultimi giorni di Magliano, pubblicato nel 1982: un testo che assume i toni di un pamphlet contro alcuni aspetti delle riforme, e in cui emerge la sua profonda preoccupazione per il destino dei pazienti, specie gli “anziani cronici” che avevano conosciuto solo il manicomio come casa.
La legge n. 180 del 1978 — nota come legge Basaglia — sancì la chiusura degli ospedali psichiatrici e l’istituzione dei servizi di salute mentale territoriali, segnando una svolta epocale nel trattamento del disagio mentale in Italia. Tobino, pur condividendo l’obiettivo di dignità per i malati, temeva che l’abolizione totale delle strutture senza un sistema assistenziale adeguato potesse lasciare “senza casa” chi aveva passato decenni in istituti chiusi.
Perché questa serie è importante
Questa fiction Rai non è solo un “period drama”: è l’esercizio di memoria di un’epoca in cui il manicomio era al centro di pregiudizi sociali, contraddizioni culturali e battaglie civili. Attraverso la lente di Tobino, e delle libere donne che vivevano tra le corsie di Magliano, l’opera ci invita a riflettere su cosa significhi follia, su come la società definisce la normalità, e su come le istituzioni trattano chi è diverso da noi. In un momento storico in cui il tema della salute mentale torna centrale, una serie come questa ha il valore di restituire voce a chi, troppo a lungo, è stato confinato all’ombra della storia.





